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Tumbleroll

Maggio 28 2011
iheartmyart:

Zineb Sedira, The Lovers, 2008
Questa foto, bellissima, evocativa, onirica, mi ri-chiama quest’altra: sta in copertina a Il relitto, e ri-torna, resta e conduce, lungo delicati passaggi narrativi, la storia di un altro bel romanzo di S. Mannuzzu.  E dentro la storia ancora la sensibilità delle donne che vi sono raccontate.
 
Alice Salvatore Mannuzzu 
Ho qui davanti una fotografia piuttosto antica, riprodotta sulla carta patinata d’una rivista inglese uscita, invece, verso la metà degli ultimi anni Novanta. No so perché questa fotografia sia stata ritagliata e conservata; so invece che cosa mi induce adesso a guardarla, per l’ennesima volta. Appartiene alla collezione del San Francisco Marittime National Historical Park («più di 200000 immagini» si legge in un frammento dell’articolo che illustrava, rimasto sul verso): e secondo la breve didascalia raffigura il «relitto del brigantino francese Alice. Penisola di North Beach, foce del Columbia River, 1909». Ma il brano superstite dell’articolo, che ho faticato a tradurmi, niente dice di quella vicenda.
Cerco adesso di descrivere la fotografia. Ciò mi aiuta, penso, a vederne tutti i particolari, anche i più minuti cui finora non ho badato – minuti, però (chissà) non irrilevanti: può darsi che enunciandoli io riesca a capire sino in fondo i motivi della mia attenzione. Sebbene non sia possibile adeguare le parole a ciò che gli occhi vedono: rimane uno iato incolmabile, come fra qualità irrimediabilmente diverse. Ma è pure vero il contrario: le parole forniscono un apporto che è vano cercare altrove; forse anch’esso, in qualche modo, riguarda la cosa vista: non meno della sua immagine (o quasi).Dunque, stendo davanti a me la pagina gualcita: d’un magazine che non conoscevo, uno dei tanti che le compagnie aeree usano offrire ai loro clienti durante i viaggi. La fotografia è quella d’un bastimento a vela, controluce. Siamo, evidentemente, assai vicini alla spiaggia: le piccole e lunghe onde in primo piano si rompono sulla battigia (che indoviniamo, non inquadrata); e su di esse si riflette la lunga scia del sole (mattino o pomeriggio tardi, verso il tramonto?). lo scafo è quasi interamente affondato: rimane un po’ inclinato verso sinistra, forse indietro; e gli alberi (probabilmente tre, il bompresso non si distingue) hanno la stessa inclinazione, accentuata dall’altezza. Spiccano gli intrichi del sartiame, non divelti, anzi pressoché integri, stranamente; e le vele sono spiegate: o almeno tali dovevano essere quando la nave è divenuta un relitto; ma ora appaiono per la maggior parte strappate via: e quel che ne resta penzola lacero, ridotto a brandelli; contro un cielo luminoso, segnato dai contorni di poche nuvole leggere e lontane.

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Zineb Sedira, The Lovers, 2008

Questa foto, bellissima, evocativa, onirica, mi ri-chiama quest’altra: sta in copertina a Il relitto, e ri-torna, resta e conduce, lungo delicati passaggi narrativi, la storia di un altro bel romanzo di S. Mannuzzu.  E dentro la storia ancora la sensibilità delle donne che vi sono raccontate.

Alice 

Alice Salvatore Mannuzzu

Ho qui davanti una fotografia piuttosto antica, riprodotta sulla carta patinata d’una rivista inglese uscita, invece, verso la metà degli ultimi anni Novanta. No so perché questa fotografia sia stata ritagliata e conservata; so invece che cosa mi induce adesso a guardarla, per l’ennesima volta. Appartiene alla collezione del San Francisco Marittime National Historical Park («più di 200000 immagini» si legge in un frammento dell’articolo che illustrava, rimasto sul verso): e secondo la breve didascalia raffigura il «relitto del brigantino francese Alice. Penisola di North Beach, foce del Columbia River, 1909». Ma il brano superstite dell’articolo, che ho faticato a tradurmi, niente dice di quella vicenda.

Cerco adesso di descrivere la fotografia. Ciò mi aiuta, penso, a vederne tutti i particolari, anche i più minuti cui finora non ho badato – minuti, però (chissà) non irrilevanti: può darsi che enunciandoli io riesca a capire sino in fondo i motivi della mia attenzione. Sebbene non sia possibile adeguare le parole a ciò che gli occhi vedono: rimane uno iato incolmabile, come fra qualità irrimediabilmente diverse. Ma è pure vero il contrario: le parole forniscono un apporto che è vano cercare altrove; forse anch’esso, in qualche modo, riguarda la cosa vista: non meno della sua immagine (o quasi).
Dunque, stendo davanti a me la pagina gualcita: d’un magazine che non conoscevo, uno dei tanti che le compagnie aeree usano offrire ai loro clienti durante i viaggi. La fotografia è quella d’un bastimento a vela, controluce. Siamo, evidentemente, assai vicini alla spiaggia: le piccole e lunghe onde in primo piano si rompono sulla battigia (che indoviniamo, non inquadrata); e su di esse si riflette la lunga scia del sole (mattino o pomeriggio tardi, verso il tramonto?). lo scafo è quasi interamente affondato: rimane un po’ inclinato verso sinistra, forse indietro; e gli alberi (probabilmente tre, il bompresso non si distingue) hanno la stessa inclinazione, accentuata dall’altezza. Spiccano gli intrichi del sartiame, non divelti, anzi pressoché integri, stranamente; e le vele sono spiegate: o almeno tali dovevano essere quando la nave è divenuta un relitto; ma ora appaiono per la maggior parte strappate via: e quel che ne resta penzola lacero, ridotto a brandelli; contro un cielo luminoso, segnato dai contorni di poche nuvole leggere e lontane.

(via melenamv)

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  4. les-iconoclastes ha rebloggato questo post da l-ll-lll e ha aggiunto:
    Zineb Sedira, The Lovers, 2008.
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  14. jeteplumerailesyeux ha rebloggato questo post da iheartmyart
  15. kalebhiggins ha rebloggato questo post da iheartmyart e ha aggiunto:
    i really want to explore this ships
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    ship rusted sea.
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